23 August 2016

La figura del Priore Don Oreste Caramello (1906–1959)

La figura di Don Oreste Caramello

di Angelo Brunatto

Don Oreste CaramelloFra i tantissimi interventi che Don Caramello attuò nel periodo della sua permanenza nella parrocchia di Villar Dora a favore degli anziani e degli ammalati, ne ricorderò alcuni che mi sono stati descritti da persone che lui aveva aiutato, delle quali ometterò i nomi perchè così vollero fornendomi la testimonianza.

Il Priore tutti i giorni andava a far visita a tre fratelli villardoresi, che la sorte volle ammalati nel medesimo periodo. Un giorno il più giovane dei tre, che cominciava a stare meglio pur essendo ancora ammalato, disse al Priore : “Da alcuni giorni abbiamo il letame da togliere dalla stalla sotto le mucche, ma come facciamo?” Il Priore allora si tolse l’abito talare, si fece dare un paio di zoccoli, prese la carriola e da solo tolse il letame portandolo nel punto in cui veniva ammucchiato; quindi prese la paglia e rifece il letto nuovo, dopo di che si tolse gli zoccoli, calzò i suoi scarponi, si rimise l’ abito talare e se ne tornò in parrocchia.

Un altro villardorese capofamiglia nei giorni della mietitura s’ammalò molto seriamente. Il Priore andò a trovarlo e vide che la moglie era preoccupata per la malattia del marito, ma anche per il grano che doveva essere tagliato, legato in fasci (gerbe) e portato a casa. Il Priore allora si fece condurre dal figlio dell’ammalato nel campo dove c’era il grano da mietere (nella zona Fornace, dov’è adesso il maneggio), tagliò il grano, lo raccolse ed il giorno dopo lo legò. Intanto arrivò la figlia dell’ammalato per avvertire che in Piazza San Rocco c’erano i tedeschi, che stavano cercando i partigiani. Allora il Priore le disse:” Sei capace di andare a casa, attaccare il tuo mulo al carro e portarlo qui?” Lei andò a casa, attaccò il mulo al carro e lo portò nel campo, così il Priore e i due giovani caricarono il grano, quindi la ragazza lo portò a casa, mentre il fratello ed il Priore presero la strada delle Piotere per non incontrare i tedeschi.

Chi ha conosciuto Don Caramello sapeva che era un accanito fumatore. Quando era libero da impegni, lo si vedeva sempre con la pipa accesa, che alle volte alternava con il sigaro toscano, ma dall’inizio della Quaresima sino al giorno di Pasqua la sua pipa ed il sigaro riposavano per 40 giorni, così da sempre.

Un altro esempio della grande generosità di Don Caramello si può dedurre dall’episodio seguente. Un giorno sua sorella Giuseppina, che era molto esperta nel lavoro ai ferri, gli fece una maglia ed un paio di mutandoni spessi, dato che faceva freddo e lui cominciava già ad avere i primi acciacchi. Al lunedì mattina andando a riordinare la stanza del Priore, mise sul letto la maglia ed i mutandoni perchè come di consuetudine alla sera, andando a letto, il Priore si cambiava; ma il mattino seguente, andando a riordinare la sua stanza, non trovò nè la biancheria sporca nè quella pulita. Uscita sul cortile in cui noi ragazzi giocavamo sotto la sorveglianza del Priore, la sorella gli disse: “Priore, accidenti, dove hai messo la roba sporca che hai cambiato, chè non la trovo?” Lui, togliendosi la pipa dalla bocca, con il suo solito sorriso le rispose:” Non mi sono cambiato. Ieri è passato di qui un povero mendicante con gli abiti a pezzi, che batteva i denti dal freddo. Lo feci entrare, gli diedi un po’ di latte caldo ed intanto che lui mangiava io andai in camera, presi i vestiti con cui dovevo cambiarmi e glieli donai. Io ho ancora indumenti per cambiarmi, ma lui no”.

Don Oreste Caramello nel 1937 diede inizio in parrocchia ad un corso destinato ai ragazzi che, già in possesso della licenza elementare, desiderassero conseguire un diploma di scuola superiore. Tale corso si svolgeva ogni mattina dalle 9. 00 alle 12. 00 e comprendeva le seguenti materie: italiano, aritmetica, computisteria, dattilografia, francese, storia, geografia e scienze. Gli insegnanti erano Don Caramello stesso e la maestra Ermelinda Genta, ai quali più tardi si affiancò Don Foglia, rimpatriato dalla Francia e stabilitosi a Villar Dora. Il corso, previsto per tre anni, era frequentato da sette o otto ragazze che aspiravano a diventare segretarie d’azienda (un corso analogo era tenuto presso l’Istituto Sacro Cuore di Buttigliera Alta) e da alcuni ragazzi, ma dopo due anni ebbe termine, in quanto alcune allieve dovettero ritirarsi, perciò nemmeno gli altri ebbero la possibilità di conseguire il tanto sospirato diploma.

La domenica Don Caramello era sempre molto occupato: S. Messa alle ore 6.00, alle 7.30, e alle 11.00. Alle 15.00 c’erano i Vespri, poi la Benedizione, la scuola di canto e l’adunanza dei vari gruppi dell’Azione Cattolica. La sera, infine, nel salone dell’asilo, Don Caramello proiettava le diapositive sulla Storia Sacra. Saliva sul vecchio palco e proiettava contro il muro le immagini in bianco e nero soffermandosi in lunghi commenti, che dimostravano le sue approfondite conoscenze dell’argomento. Lo spettacolo, molto seguito, durava circa due ore e si svolgeva tutte le domeniche sera. C’è chi dice che Don Caramello lo facesse per proporre un’alternativa al cinema Sada di Almese che attirava molti spettatori.

“Non sono tanto i film sconvenienti, quanto l’ambiente” soleva dire Don Caramello, che cercava di scoraggiare i giovani dal recarsi al cinema.

Nel 1944 un contadino villardorese che si trovava nei campi in zona “Ciampas” venne colto da ictus mentre stava seminando le patate. La moglie, vedendo che si trattava di una cosa seria, lo fece salire sul carro e il figlio lo accompagnò a casa. La moglie, in bicicletta, corse a chiamare il dottore e il Priore.

Venne per primo il Priore, il quale, visto l’ammalato, disse subito di mettergli la borsa del ghiaccio in testa e una bottiglia di acqua calda ai piedi. L’una e l’altra non erano in casa, perciò la figlia corse da una vicina a farsi prestare la borsa e dal macellaio a farsi dare il ghiaccio, poi riempì una bottiglia d’ottone d’acqua calda e la mise ai piedi dell’ammalato. Quando finalmente arrivò il dottor Natale, fece i complimenti a Don Caramello per i consigli dati, che erano stati veramente opportuni. Infatti per il momento l’emorragia cerebrale si era fermata. L’ammalato morì un anno dopo, ma per tutto il periodo della degenza Don Caramello passò ogni giorno a trovarlo, fermandosi a conversare con lui.

Tutti gli anni, alla fine di luglio, Don Caramello organizzava una gita al Collombardo, che molti villardoresi ancora oggi ricordano con piacere, come appare da questa testimonianza.

“Si partiva da VillarDora in piazza della Chiesa alle 5 del mattino. In bicicletta bambine e ragazze si andava fino a Caprie, si lasciavano le biciclette in parrocchia e si proseguiva a piedi fino al Laietto, dove si faceva la prima tappa. Sempre accompagnate da Don Caramello e sua sorella Giuseppina proseguivamo la salita chiacchierando e cantando fino al bel pianoro del Collombardo, dove c’è il Santuario a quota 1900 m., con l’intenzione di rimanerci per una settimana.

La notte si dormiva nel rifugio sulla paglia fresca e pulita che il Priore aveva fatto portare precedentemente dal Laietto. Il mattino la sveglia era prestissimo, poi ci si recava ad una fontana di acqua gelida a lavarsi la faccia, mentre due di noi scendevano col secchio giù alle baite dove c’erano le mandrie a prendere il latte per la colazione. Quindi si andava a Messa nella chiesa del Santuario dedicato alla Madonna della Neve, dopo di che si faceva una bella passeggiata in salita fino al monte Civrari ad oltre 2000 m.

Si consumava il pranzo al sacco presso una fontana ed al pomeriggio ci si riposava leggendo, lavorando a maglia, chiacchierando e cantando le belle canzoni che ci aveva insegnato il Priore, mentre i campani delle mucche poco distanti ci accompagnavano con il loro suono. All’ora della merenda Giuseppina ci preparava fette di pane con burro e marmellata e, a cena, minestra calda al latte e formaggio.

La settimana trascorreva in un attimo e si faceva buona provvista di aria salubre e di buon umore. Al ritorno si passava ancora a salutare la Madonna della Rocca Sella, prima di tornare a casa.

L’ultima grande fatica che il Priore portò a termine assieme agli uomini del Comitato fu quella di ripristinare il Comune di Villar Dora che era stata unificata con Almese, di cui era diventata una frazione dal 1927.

Già dal 1945, subito dopo la Liberazione, si era formato un Comitato con l’obiettivo di riportare a Villar Dora il Comune, com’era prima del 1927. Detto Comitato era formato da: Don Caramello, Franchino Martino, Felice Richetto, Gaspare Coletto, Giuseppe Coletto, Edoardo Ferrero, Mario Richetto, Giuseppe Ferrero, Crescentino Grande e Adorno Ladini. Questo Comitato lavorò assiduamente fin dal 1945 e, grazie alla sua attività, l’11 aprile 1955 Villar Dora ridiventò comune autonomo, con la firma del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Il giorno dei festeggiamenti per il ritorno del Comune alla sua autonomia, con la piazza San Rocco gremita di gente in festa e sul balcone del Comune tutte le massime autorità civili, religiose, politiche e militari, Don Caramello prese la parola ringraziando tutti quelli che avevano dato il loro contributo per questa causa e disse: “Davanti a tutti i miei superiori mi assumo le mie responsabilità per la collaborazione data al Comitato per questa causa che ritengo giusta”.

Cosa voleva dire con questo il Priore? Dichiarava pubblicamente di aver collaborato con alcuni componenti del Comitato che erano comunisti e teniamo presente che in quegli anni i comunisti erano messi al bando dalla Chiesa.

Ancora molte altre cose Don Caramello avrebbe voluto portare a termine, ma purtroppo la sua salute andava piano piano peggiorando. Lo ricordo negli ultimi tempi, quando era ricoverato all’ospedale Mauriziano. Siccome io lavoravo a Torino, la sera passavo a trovarlo e quando me ne andavo se si sentiva bene mi accompagnava sino all’uscita. Una delle ultime sere in cui passai a trovarlo, era seduto nella sua camera e quando entrai gli chiesi: “Come va, Priore?” Lui mi rispose: “Hai presente una macchina con la carrozzeria nuova ma con un motore prossimo alla fusione? Ebbene, io sono così”. Ma subito dopo capivo che il motivo della sua preoccupazione non era la salute, ma tutto quello che ancora restava da fare a Villar Dora, per i giovani e per le persone anziane.

“Se Dio vuole, spero ancora di poter fare qualcosa” diceva, ma guardandolo in faccia, intanto che parlava, notavo quel volto scarno, quella voce così debole che a volte faceva una pausa per riprendere fiato. Lui, che quando stava ancora fisicamente bene considerava una passeggiata andare da Susa alla vetta del Rocciamelone e ritorno; lui, che aveva una così grande cantoria ma con la sua voce superava tutti nel canto; lui che era uno dei predicatori più acclamati, era ora evidente che stava per essere annientato da quel terribile male.

Il 22 settembre 1959 quel “motore”, come lui l’aveva definito, diede l’ultimo colpo e poi si fermò definitivamente e toccò a Don Renzo chiudere per sempre gli occhi al Priore, Lui che aveva assistito per notti intere e aveva chiuso gli occhi a molti villardoresi, aveva chiuso anche i suoi per sempre.

La sera in cui si recitò il suo rosario in chiesa, per poter accedere alla camera ardente, allestita nel salone della parrocchia, occorreva attendere moltissimo tempo perchè una grande moltitudine di gente, villardorese e non, voleva dare l’ultimo saluto a Don Caramello.

Il giorno del suo funerale era presente una gran folla, per accompagnare all’ultima dimora quella bara priva di fiori, così come aveva voluto lui, Erano presenti oltre cento sacerdoti, uomini politici di spicco come il senatore Sibille, tutte le cantorie della valle (a dare l’ultimo saluto al loro presidente), la banda musicale di Villar Dora, oltre cento bandiere e molti sindaci della valle con i loro gonfaloni. Il feretro fu portato a spalle dalla chiesa alla piazza del Comune, dove venne adagiato sui cavalletti e la banda intonò la marcia di Chopin. Quindi toccò al nuovo sindaco Franchino Martino, già componente del Comitato per il ritorno del Comune a Villar Dora, descrivere un po’ l’operato svolto da Don Caramello nei 25 anni trascorsi nella parrocchia. Proprio in quel momento fu consegnata ai suoi familiari la medaglia d’oro alla memoria e credo proprio che lui da vivo non l’avrebbe mai accettata. Dopo, il corteo funebre riprese il cammino verso il cimitero, con il feretro sempre portato a spalle. Credo che quando i primi entravano nel cimitero, gli ultimi fossero ancora a metà strada: mai una folla così si era vista ad un funerale a Villar Dora.

Volle essere sepolto nella terra, come la maggior parte dei villardoresi. Infatti prima di morire aveva detto: “Voglio che le mie ossa si confondano con le vostre…” La sua pietra tombale di marmo scuro con una grande croce fu riassestata due anni or sono, perchè il tempo e le intemperie l’avevano rovinata. Quando vado a fara visita al cimitero ai miei familiari, passo sempre a pregare sulla sua tomba e guardo quella foto, ormai logorata dal tempo; ma credo che mai per noi, ormai con i capelli bianchi, nè il tempo nè le intemperie riusciranno a scalfire il suo ricordo, perchè è racchiuso indelebile nel profondo del nostro cuore.

Nato a S. Antonino nel 1906, deceduto a Villar Dora il 22/09/1959.